La Bibbia del food addicted: la Guida Michelin

 

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Stella stellina la notte si avvicina… Manca poco ormai alla consueta notte degli Oscar del vero gourmand.
Dicembre non è sinonimo di Natale; è sinonimo di Guida Michelin e galà per l’annuncio delle nuove star del cibo e delle retrocessioni alla serie B.
Giusto l’altro giorno sono stata a vedere “Il sapore del successo” e mentre Bradley Cooper scorrazzava in moto, si faceva pestare e ricordava la differenza tra buono e perfetto, io mi chiedevo quale fosse il mio senso del cibo.
Concordo completamente sull’affermazione che, quel tipo di cucina, deve creare orgasmi culinari.
L’alta cucina è arte pura, appaga tutti e cinque i sensi e, per esperienza, quando mi sono trovata bene in un ristorante stellato, mi sono sentita esattamente come dopo l’amore: stropicciata ma sazia, con quello sguardo appagato e brillante.

Se in Amore, cucina e Curry (ve ne parlerò nella prossima recensione), parlando di stelle Michelin, si sosteneva che “una è buono, due è favoloso, tre è per gli dei” di certo io mi avvicino molto di più all’idea che se hai una stella sei Luke Skywalker, ma se ne hai tre sei il Maestro Joda… è più sulle mie corde insomma.

Ma, a sommi capi, come nasce la Guida Michelin? E quali sono i criteri di valutazione.
Ecco quindi una breve storia sulla Rossa più amata dagli italiani.

L’origine.

La Guida Michelin nasce in Francia nel 1900 da un’idea di André Michelin, in collaborazione con il fratello Edouard (si, stavolta è proprio quello delle gomme).
Lo scopo era quello di fornire una guida utilizzabile dal turista itinerante che comprendesse informazioni esaustive su turismo e gastronomia. Pare quindi che l’origine fosse ben diversa da ciò che è diventata poi: una guida insomma da tenere nel cruscotto e da scribacchiare e che fornisse appunti utili sul “dove fermarti se ti trovi nei pressi di..”
Ecco la nascita della Guida Rossa, dedicata ai ristoranti, e quella Verde per un turismo più itinerante che, all’inizio comprendeva solo la Francia.
Anno dopo anno la guida si sviluppò anche oltralpe, raggiungendo 12 paesi europei e le città di New York e San Francisco.

A oggi il primato di stelle lo mantiene la Francia, seguita immediatamente dall’Italia.
Dando uno sguardo in casa il podio è capeggiato da Lombardia, Piemonte e Campania.

Le stelle e la valutazione

Le stelle Michelin sono in realtà fiorellini a sei petali (ma evidentemente 3 non sono sufficienti per fare un bouquet,  e quindi il termine stella piace di più).
Sono il metro di valutazione di un locale visto nell’insieme: la location, la cucina, il servizio, la pulizia.
1 stella Michelin simboleggia un locale molto buono nella sua categoria
2 stelle Michelin sono sinonimo di una cucina eccellente
3 stelle Michelin sono il paradiso

L’ispettore, una volta al tavolo, sceglie qualche portata che evidenzi il più possibile l’origine della materia, la freschezza e la bontà, l’armonia dei sapori ma anche il senso estetico del piatto e la creatività dello chef.
Si valuta poi la complessità dei piatti e la capacità di chef e brigata per esprimersi su livelli più alti e impervi.
Insomma mica è una passeggiata per vedere se sai mantecare bene il risotto.

Il servizio non è meno importante ed è ugualmente valutato insieme al comfort e all’ambientazione, alla clientela e al servizio che deve essere discretamente cordiale.
Capita però che, come le stelle possono essere aggiunte, altrettanto possono essere tolte a causa di un lavoro scostante, di un impegno che non può essere fatto di alti e bassi e che, nonostante prove e riprove non ha mantenuto la qualità precedente.
Le stelle Michelin allora sono davvero sinonimo di lavoro di squadra?
Così parrebbe, ma la stella, alla fine, resta dello chef e se lui se ne va, come dice la Guida stessa, “la stella è nel piatto” e se non siamo davanti a un chef patron non sempre si riesce a eguagliare il lavoro precedentemente svolto mantenendo gli standard del cuoco predecessore.

Per chi è appassionato di cucina ma non può spendere cifre elevate in ristoranti di lusso, la guida Michelin ha pensato a ristoranti Gourmand, sotto i 25 Euro e i Bib Gourmand.

Bibendum

Pare che non ci siano più scuse per lasciarsi sedurre dalla gola

 

 

 

 

Le relazioni culinarie di Andreas Staikos

Le relazioni culinarie

Si dice che l’amore, come la cucina, abbia i suoi tempi.
Si dice che non ci sia amore più sincero che quello per il cibo e che sia in grado di curare ogni male.
Ma lo stesso vale se i due ingredienti si mescolano?
E allora accade come uova e zucchero oppure come olio e acqua?

Dimitris e Damocle, i due protagonisti di “Le relazioni culinarie” , sono vicini di casa, in una di quelle case fin troppo attaccate.
Siamo in Grecia e “fu a causa degli aromi sopraffini che si insinuarono invisibili attraverso le finestre aperte dei loro appartamenti che i destini dei due si intrecciarono”

Il romanzo inizia con un misunderstanding tra i due.
Dopo un osservazione scambiata in ascensore su come Dimitris tagliasse il prezzemolo, questo immaginò Damocle arrampicato su una sedia come il migliore dei guardoni gastronomici.
Come poteva sapere tecniche e abbinamenti dei piatti se non attraverso uno scrupoloso spionaggio?
Doveva scoprirne di più e tutelare la privacy sua e della sua adorata amante: in cucina e in amore nulla si svela d’altronde. 

Dimitris invitò allora il vicino a bere qualcosa insieme; le sigarette sfumavano una dopo l’altra e il caffè terminò velocemente.
Fu proprio Dimitris a interrompere il silenzio e, nella sua chiacchierata imbarazzata, fornì a Damocle un dettaglio di troppo.
Perchè come la panna, che se si esagera a montarla diventa burro, una parola di troppo può generare disastri.
Nelle affermazioni dell’uomo Damocle riconobbe gli zoccoletti che lui stesso aveva regalato alla propria amata: un tacco alto, un pon pon di struzzo.
I due uomini non condividevano soltanto la passione per la cucina, ma anche per la stessa donna.

Parte quindi la lotta interna di Damocle: lui sa, Dimitris no.
Da parte nostra, comodamente seduti in poltrona, inizia un torneo di tennis: Nanà è la pallina contesa tra Dimitris e Damocle.
Una pallina capricciosa che si tende a odiare. Non perchè sposata, non perchè contesa e protagonista delle sofferenze dei due uomini: odiosa, semplicemente; troppo sicura della propria bellezza, troppo attratta dal piacere da esserne ingorda.

La lascerò digiuna; non gusterà i miei baci e le mie salse sensuali

E allora ben venga la tentazione di lasciarla a bocca asciutta da tutta quella meraviglia che è la cucina greca tra prezzemolo danzante, peperoni ripieni e ricci di mare.
In questo romanzo la letteratura gastronomica raggiunge attimi di profonda sensualità. La capacità di Staikos di usare le parole è sottile, seducente, sopraffina.
Sono le parole giuste al momento giusto, a tal punto dosate da desiderarne ancora, proprio come si desidera la forchetta quando non è ancora abbastanza vicina alla nostra bocca.
E gli occhi iniziano a correre sulle parole mai sazi, cercano, vogliono di più, sempre più affamati.
Ed è una fame di sapere, non della relazione e di come andrà a finire -andasse al diavolo Nanà e la sua superbia- ma del piatto successivo, dei coralli di ricco di mare annegati in un cucchiaio di acqua dell’Egeo, di cibi che esigono sottofondi sonori delicati, e patate come baci, che si sciolgono in bocca.

Come finirà il triangolo amoroso? Se non dal cuore, di certo dalla pancia.

 

 

La casa nel bosco. Gianrico e Francesco Carofiglio

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Ognuno di noi ha una casa nel bosco nella memoria.
La mia l’ho sognata stanotte e mi è rimasta impastata addosso come solo i sogni e i ricordi sanno fare (ok anche l’odore del fritto).
Era ad Arma di Taggia e dentro c’era tutto di me e della mia famiglia.
Dico era perchè proprio come nel libro dei fratelli Carofiglio è rimasta vittima di una compravendita che me l’ha strappata dal futuro.
In una scatola la vita da portare verso Milano in macchina: le zucchine di zia Amelia, la mia mamma che fa il suo ingresso con una nuova acconciatura (perchè solo al mare aveva la fiducia da riporre nel parrucchiere), la salsedine, le prime cotte, le litigate con mio fratello, le corse nei giardini, le risate, il Tour de France e mio nonno che legge la Provincia Pavese, la nonna con la busta estate presa in edicola.

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Dolce come il cioccolato. Laura Esquivel

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Quando penso a questo libro, in primis, penso ad Anna e alla sua bellissima libreria gastronomica.
Ricordo le sue parole, quando mi suggerì questo libro, ricordo il pezzetto che abbiamo letto insieme durante la mia lezione di food writing tenuta esattamente un anno fa.
Ripenso a come il tempo sia mutevole e incerto, e come la cucina -e le parole- siano un legame indissolubile tra le persone.

Oggi vi racconto di questa meraviglia letteraria che ho divorato nell’arco di due pomeriggi soleggiati a Valencia.
La storia è ambientata in un Messico di inizio secolo devastato da soprusi e dittatura.
Non solo sociale ma anche di classe.
Tita è la nostra protagonista principale e la cucina il suo ambiente preferito.
Nata trasportata dal pianto causato dalle cipolle, vivrà questo luogo come trasposizione di sè e dei suoi sentimenti.
Fin da bambina, accudita amorevolmente da Nacha, impara che il cibo può avere mille sfaccettature oltre che nutrire: diverte, alimenta, indispone. Ma soprattutto lega.

Il brutto di piangere tritando una cipolla è nel fatto che non smetti più.

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Home Cooking di Laurie Colwin

Home Cooking

Pochi libri ho amato come questo, devo essere sincera, e al momento Laurie Colwin è la mia scrittrice di food preferita.

Mi ci ritrovo in ogni pagina, in ogni riga tanto che molte delle frasi che ho sentito sottopelle le ho condivise su Facebook.
E’ il libro che vi consiglio ora che l’autunno è iniziato a tutti gli effetti perché questa è proprio la sensazione che dà.
Assomiglia al maglione caldo quando l’aria è troppo fresca, alla cioccolata calda, all’amica con cui confidarsi.

Chiunque cucini non lo fa da solo.
A fargli compagnia, anche se accanto non ha nessuno, ci sono generazioni di cuochi del passato, i consigli e i menu dei cuochi di oggi e la sapienza degli scrittori di libri si cucina.

L’autrice, racconta il suo approccio al mondo gastronomico da “addetta al settore” che si mette ai fornelli e lo fa come un’amica del cuore, come una zia arrivata da lontano.
Racconta tutta la sua storia a partire dal fornelletto elettrico in una casupola davvero minuscola fino alle grandi feste dell’età più adulta.
Ci racconta che ha passato interi periodi a mangiare melanzane in ogni modo e maniera; che ha provato -come tutti- esperimenti culinari terminati disastrosamente e riparati con una pizza dal take away sotto casa.

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M.F.K Fisher, sentimentale come un’ostrica

Biografia sentimentale dell'ostrica

Il mio primo pensiero è stato “ma davvero le ostriche non si mangiano solo crude?!” e pare di no.
Ma quello che più mi ha emozionato è stata la vita turbolenta di questa scrittrice americana. Sentimentale come un’ostrica.

Mary Frances Kennedy Fisher è una delle prime food writer americane. Ha vissuto quasi un secolo (dal 1908 al 1992) scrivendo 27 libri, inclusa la traduzione della Fisiologia del Gusto di Brillant-Savarin. La particolarità dei suoi libri è l’amalgama tra cibo, letteratura, viaggio e storia. Sosteneva che mangiare bene fosse una delle arti della vita e decise di esplorarla nella sua scrittura.

MFK FIsher

Alunna indisciplinata e non particolarmente interessata alla scuola, dedicava il proprio amore ai libri, letti a casa in maniera autonoma, dalla grande collezione di famiglia. A 5 anni scriveva già e l’amore per il cibo arrivò anch’esso presto (grazie alle preparazioni della nonna).
Altra forte influenza fu la “zia” Gwen, figlia di amici, con cui Mary passava le vacanze mangiando e cucinando.

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Il pedante in cucina. Julian Barnes

Il pedante in cucina

Ho amato questo libro fin dalle prime pagine. Niente giri di parole, tutto nero su bianco.
L’autore si delinea fin dalle prime righe (e già dal titolo): Julian Barnes è un amante dei ricettari e li prende in parola, lettera per lettera.
Di conseguenza, tali manuali devono avere delle caratteristiche definite: la precisione, la confidenza, la praticità.
In ogni capitolo ne viene sottolineata o smontata una caratteristica. Ma partiamo con ordine.

Perchè un libro di cucina dovrebbe essere meno preciso di un manuale di chirurgia?

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